NASCERE INSIEME


 
Nel precedente post abbiamo visto come il bambino prenatale possieda una memoria “sonora”. Ulteriori studi sulla memoria prenatale sono stati condotti nel campo della sensibilità olfattiva e gustativa.

Il bambino, nell’utero, è immerso nel liquido amniotico, liquido che cambia sapore ed odore a seconda dell’alimentazione della mamma e dei momenti della giornata. Il bambino prenatale è in grado di “sentire” odori e sapori e di ricordarli una volta nato.

Alcuni pediatri di Marsiglia si sono posti la seguente domanda: se mettiamo sul capezzolo della mamma alcune gocce di un alimento particolare che ha sempre mangiato in gravidanza cosa succede? E se invece spalmiamo quello stesso alimento su capezzoli di mamme che non lo hanno mangiato in gravidanza cosa cambia? L’alimento in questione, nella ricerca marsigliese, era l’aïoli, una salsa tipica di quella regione. I risultati sono interessanti: i neonati delle mamme marsigliesi si applicavano voracemente al capezzolo mentre i neonati di mamme parigine, invece, si allontanavano immediatamente dal seno. L’aïoli era infatti per loro un alimento dal sapore e dall’odore sconosciuti.

Su “Pediatrics”, nel 2011, è stata pubblicata una ricerca che dimostra come la memoria olfattiva e gustativa non sia solo a breve, ma anche a lungo termine: dallo studio emerge come il lattante, al momento dello svezzamento, preferisca i sapori che ha sentito in utero per un certo periodo, anche se questi sapori non gli vengono riproposti durante l’allattamento. Se durante la gravidanza mangiamo molte carote e poi, nel corso dell’allattamento le eliminiamo dalla dieta, è molto probabile che il nostro bimbo si ricordi comunque del sapore della carota, e lo preferisca ad altri durante lo svezzamento, perché lo ha sperimentato in gravidanza.

Una forma di memoria prenatale può essere anche rintracciata nell’esperienza comune e universale si dondolare e cullare i bambini per tranquillizzarli e rassicurarli: in questo modo infatti riproponiamo loro quelle sensazioni di movimento ritmico e continuo che sentivano nel pancione e che associano alla calma e calore di un tempo!

Di memoria prenatale parlano anche alcuni psicologi e psicoterapeuti che hanno evidenziato come, sotto ipnosi o attraverso altre modalità, gli adulti siano in grado di ricordare elementi della loro vita in utero e della loro nascita. Avvenimenti di cui non erano a conoscenza e che sono poi stati confermati dalla testimonianza delle loro madri. Sono state raccolte inoltre numerose testimonianze (D. Chamberlain, A. Ikegawa e altri) di bambini che fanno disegni o raccontano storie che chiaramente si ricollegano al loro periodo prenatale o al momento della nascita.

Possiamo condividere o meno queste ultime affermazioni, crederci oppure no. Fatto sta che quanto riferito in precedenza a proposito della memoria sonora e olfattiva è frutto di ricerche scientifiche accurate e approfondite condotte in anni e anni di studi.

Emerge dunque che il neonato “non è una tabula rasa, nemmeno un sacco vuoto da riempire o un essere disorganizzato e insensibile impermeabile all’influenza dell’ambiente” (Soldera, 2010). Ha una storia alle spalle, una storia di nove mesi, dove la mamma è, sia fisicamente che psicologicamente, la sua materia prima vivente, la mediatrice tra lui e il mondo.

Laura Ballerio
Counsellor perinatale

P.s. Per non allungare troppo il post non ho inserito la bibliografia, ma se siete interessate sono ben contenta di fornire informazioni!
Postate un commento o scrivetemi via mail: laura.ballerio@nascereinsieme.com






 
 
_Qualche tempo fa ho pubblicato sul sito www.quandonasceunamamma.com, con cui collaboro, questo post sulla comunicazione prenatale. Ve lo ripropongo qui.

I nove mesi nel grembo della mamma valgono una vita, fanno parte della nostra storia personale e di quella dei nostri figli. Le moderne ricerche scientifiche nel campo della psicologia e sensorialità fetale hanno evidenziato qualcosa che l'Oriente ha riconosciuto da tempo: l'inizio della vita non coincide con il momento della nascita ma con quello del concepimento.
È una frase forte che apre uno sguardo nuovo sui mesi passati nell'utero materno: un utero che assume i connotati di “casa” per il nostro bambino, una casa che protegge e contiene, ma non isola. In questo ambiente il piccolo d'uomo “sente”, memorizza e apprende: odori, suoni, sapori, tatto ed emozioni lo raggiungono e diventano un patrimonio per la sua crescita, dentro e fuori dal pancione.
Se queste sono le premesse ecco che l'idea di comunicare con il bimbo, quando è ancora nella pancia, diventa una possibilità concreta per mamma e papà in attesa: assume il significato di fare spazio, all'interno della coppia o della famiglia già costituita, al piccolo che nascerà. Non solo uno spazio fisico, nel corpo della mamma che cresce e si espande, ma anche psichico ed emotivo, fatto di ascolto ed accoglienza, da parte di entrambi i genitori.
Comunicare con il bimbo in utero si trasforma in un percorso di conoscenza reciproca che promuove il bonding, cioè la formazione di quel legame di attaccamento, unico e personale, tra mamma, papà e bambino, fondamentale per ogni adulto che diventa genitore ed ogni neonato che viene al mondo.
La comunicazione prenatale coinvolge anche i papà che, scoprendo la possibilità di stabilire un con-tatto con il loro bimbo già durante la gravidanza, si sentono meno esclusi da un processo abitualmente considerato tutto femminile e vengono facilitati nella costruzione della nuova identità paterna.  È inoltre un'opportunità per rendere più intenso il legame di coppia, o ricostituire un legame magari allentato, che si ritrova unita nella meravigliosa scoperta del piccolo che sta per nascere.   
Ma come comunicare con qualcuno che non si vede e non si conosce?
Possiamo comunicare attraverso il contatto fisico: massaggiando, cullando, e anche giocando con il nostro piccolo nel pancione. Possiamo utilizzare la voce, attraverso suoni semplici, monosillabici o ripetitivi, abbinandoli a circostanze specifiche. Possiamo parlargli, leggergli una storia (alcuni esperimenti hanno mostrato come i bambini riconoscano, una volta nati, la storia raccontata dalla mamma nell'ultimo trimestre) o cantargli una ninna nanna. Una ninna nanna, sempre la stessa, ha il potere di calmare il bambino  e diventa un elemento di continuità tra il prima e il dopo la nascita. E poi...ci sono tanti altri modi che potrete scoprire con letture approfondite o, ancora meglio, attraverso un percorso esperienziale, personalizzato, condotto da un'educatrice o tutor prenatale.
La comunicazione con il bimbo nel pancione è una straordinaria possibilità, a disposizione di mamma e papà, per sviluppare e dare spazio a quella sfera degli affetti e dell'umano sentire, fondamentali per divenire genitori, così spesso trascurata nel processo medicalizzato di accompagnamento alla nascita caratteristico della nostra società.

Laura Ballerio
Counsellor perinatale
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